Le piattaforme di streaming pagano due flussi distinti: uno per la registrazione, che va a etichette e distributori e da questi agli artisti secondo i contratti, e uno per la composizione, che va a editori e autori attraverso le società di gestione collettiva. Il modello più diffuso è proporzionale: la quota di ricavi destinata ai diritti viene divisa in base alla percentuale di stream di ciascun titolare sul totale, per cui non esiste una tariffa fissa per ascolto.
Le regole cambiano nel tempo. Da aprile 2024 Spotify paga i diritti di registrazione solo per i brani con almeno 1.000 stream negli ultimi dodici mesi, impone una durata minima di due minuti alle tracce di rumore funzionale e sanziona etichette e distributori in caso di stream artificiali. Per chi produce musica dance contano quindi anche la gestione dei metadati e la scelta del distributore. Per i casi concreti è bene rivolgersi a un avvocato esperto di diritto d’autore o alla propria società di gestione collettiva.