L’afro house si sviluppa soprattutto in Sudafrica, a partire dagli anni Novanta, nelle città di Johannesburg, Soweto, Pretoria, Durban e Città del Capo. Fonde la house e la deep house con il kwaito, il genere township che negli anni Novanta rallentava la house di Chicago mescolandola con suoni e lingue locali, e con le tradizioni ritmiche africane. Il risultato è una house percussiva, con strumenti suonati, sassofoni, pianoforti, sintetizzatori e voci in lingue sudafricane, spesso costruita come un racconto che cresce e si ritira nel corso del set.
La figura più nota è Black Coffee, nome d’arte di Nkosinathi Maphumulo: esordio nel 2005, un’etichetta, Soulistic, che ha ospitato artisti come Culoe De Song e Shimza, e il Grammy per il miglior album dance/elettronico vinto nel 2022 con Subconsciously. Nel 2019 i DJ Awards hanno istituito una categoria afro house, vinta da Da Capo. Negli anni Venti il genere ha scalato le classifiche di Beatport, anche grazie a collettivi europei come i tedeschi Keinemusik, e si è radicato in altre scene, come quella portoghese e quella angolana.