Spotify e hanno raggiunto un accordo che permetterà agli abbonati di generare cover e remix usando l’intelligenza artificiale, e la notizia ha già fatto impazzire i mercati: le azioni della piattaforma svedese sono balzate del 16% in un solo giorno, con previsioni di crescita dei ricavi a tasso annuo “mid-teens” e margini di profitto lordo tra il 35% e il 40% entro il 2030. L’accordo dovrebbe assumere la forma di un add-on a pagamento per gli utenti Premium, che potranno remixare brani di artisti partecipanti e creare cover su licenza.
Spotify sostiene che il nuovo strumento genererà un flusso aggiuntivo di entrate per artisti e autori, in aggiunta ai proventi già maturati tramite royalties. I termini finanziari restano però oscuri, e nessuna delle due società ha rivelato quali artisti aderiranno all’iniziativa, anche se Universal Music è la casa discografica di Taylor Swift, Ariana Grande e Billie Eilish. Il co-CEO di Spotify Alex Norström ha dichiarato che il progetto è fondato sul consenso, sul credito e sulla compensazione per chi vi partecipa, mentre Lucian Grainge di Universal ha parlato di un’iniziativa centrata sull’artista e radicata nell’AI responsabile. Parole rassicuranti, certo, ma che lasciano aperta la vera domanda: chi controlla davvero il processo creativo, e a quale prezzo? Il settore musicale, già scosso da anni di dibattiti sul copyright e sulla proliferazione di contenuti generati artificialmente, si trova ora di fronte a un cambio di paradigma difficile da ignorare.
Spotify aveva già annunciato a fine aprile un sistema di verifica per distinguere artisti umani da contenuti AI, con un badge verde sulle pagine degli artisti, un segnale che l’azienda è consapevole dei rischi, ma che non frena la corsa alla monetizzazione. Per chi lavora nella musica elettronica, dove il remix è pratica culturale consolidata, il confine tra creatività e automazione rischia di farsi sempre più sottile.